venerdì 27 marzo 2009

La Cetra di Elia. http://twitter.com/EliadellaCroce

La coscienza è portavoce non della personalità o del carattere individuale ma di Dio. Ian Ker
Molti cattolici, almeno nell’Occidente secola­rizzato, concepiscono secolarmente la coscienza come qualcosa di personale e indivi­duale. Certo, è perfettamente ve­ro che, così come posso pensare solo con la mia mente e non con quella di un altro, allo stesso modo posso seguire o non segui­re solo la mia coscienza, e non quella di un altro. Ma quando oggi si parla della mia coscienza enfatizzando mia, si pensa alla coscienza come qualcosa di gran lunga più individuale e persona­le. È come parlare della mia per­sonalità, dei miei gusti. Nelle so­cietà e nelle culture autoritarie, naturalmente, può accadere l’opposto: la mia coscienza di­venta la coscienza dello Stato. E anche in una società secolare e pluralista l’individuo può equi­parare
la legge e la morale: se lo Stato ammette unioni dello stes­so sesso e bandisce ogni forma di discriminazione, allora il cit­tadino può avere la sensazione che immorale non sia l’omoses­sualità ma il condannarla. E cer­tamente è possibile anche per i cattolici equiparare la propria coscienza all’insegnamento del­la Chiesa, che è ben diverso dall’obbedire coscienziosamente a quell’insegnamento.
Nella sua celebre dissertazione sulla coscienza, nella Lettera al Duca di Norfolk, Newman segue la tradizione cattolica evitando i due estremi, ossia ponendo l’ac­cento
sia sui diritti sia sui doveri della coscienza, perché pur es­sendo personale la coscienza implica un’autorità esterna alla persona. Newman comincia ci­tando la definizione di san Tom­maso d’Aquino di legge naturale come « un’impressione in noi della Luce Divina, una parteci­pazione della legge eterna nella creatura razionale » . L’umana consapevolezza di questa legge, per quanto difettosa in taluni in­dividui, è ciò che Newman defi­nisce coscienza: « Questa legge, appresa nelle menti dei singoli individui, viene chiamata ' co­scienza'; e sebbene possa subire rifrazione nel passare allo stru­mento intellettuale di ognuno, non per questo perde il carattere di Legge Divina, bensì conserva, in quanto tale, la prerogativa di esigere obbedienza » .
La moderna idea secolare di co­scienza la considera come una « creazione dell’uomo » , nulla più di « un egoismo lungimirante » e – questa è una delle penetranti os­servazioni di Newman – « un de- siderio di essere coerenti con se stessi » . Newman riformula il tra­dizionale concetto cattolico di coscienza come sovrana ma di­pendente da un’autorità esterna: « La coscienza è l’originario Vica­rio di Cristo, profeta nelle infor­mazioni, monarca nella perento­rietà, sacerdote nelle benedizio­ni e negli anatemi, e, anche se il sacerdozio eterno attraverso la Chiesa cessasse di esistere, in es­sa il principio sacerdotale rimar­rebbe e avrebbe autorità » . Nella società secolarizzata questo « se­vero assistente » è stato sostituito da un « surrogato » , ovvero « il di­ritto di pensare, parlare, scrivere, agire secondo il proprio giudizio o il proprio umore, senza darsi pensiero di Dio » , in altre parole da nient’altro che « il diritto della volontà » . Allora la coscienza di­venta semplicemente « il diritto assoluto e la libertà di coscienza di dispensarsi dalla coscienza » .
Si dice spesso che Newman am­metteva il dissenso di coscienza dagli insegnamenti della Chiesa. Per quanto sia vero che New­man, in sintonia con la tradizio­ne cattolica, sostiene che la co­scienza è suprema nel senso che essa è – per usare la sua espres­sione evocativa – « l’originario Vi­cario di Cristo » , quel famoso brindisi ( « Sono contrario ai brin­disi prima o dopo i pranzi; ma se fossi costretto a farne uno e fossi posto nel dilemma di brindare al Papa o alla libertà di coscienza, brinderei a questa e non al Pa­pa! » ) non fu mai inteso da New­man nel senso che un cattolico possa essere condotto dalla co­scienza a dissentire dagli inse­gnamenti della Chiesa. Natural­mente egli avrebbe concordato con san Tommaso nel sostenere che un cattolico potrebbe, anzi dovrebbe, seguire una coscienza erronea anche se questo volesse dire abbandonare la Chiesa. Ma un membro credente della Chie­sa ha un dovere di coscienza di credere agli insegnamenti della Chiesa, e non di scegliere e pren­dere ciò a cui credere. La verità è che Newman, nella Lettera al Duca di Norfolk, era interessato innanzitutto a confutare l’accusa di Gladstone secondo la quale la definizione di infallibilità papale del Concilio Vaticano I sottraeva ai cattolici la libertà politica e li rendeva sudditi di un potere straniero ( la Santa Sede) e a mo­strare che quella definizione non sovvertiva in alcun modo il loro patriottismo né sminuiva la loro responsabilità morale.
L’idea che un cattolico possa in coscienza dissentire dagli inse­gnamenti morali del magistero avrebbe stupito Newman. Non gli si è mai presentato il caso.
Scrivendo prima delle questioni etiche sollevate dai progressi della scienza medica, poteva scrivere senza battere ciglio: « Il Papa interviene così poco in tut­to questo sistema di teologia morale dal quale ( come dalla nostra coscienza) le nostre vite sono regolate, che il peso della sua mano su di noi, come singo­li, è assolutamente impercetti­bile » . Con felice mancanza di prescienza, osserva che « il cam­po della morale contiene così poco di sconosciuto e inesplo­rato, in contrasto con la rivela­zione e il fatto dottrinale … che è difficile dire quali parti dell’in­segnamento morale nel corso dell’Ottocento derivino effetti­vamente dal Papa o dalla Chie­sa… » . La teologia di Newman della coscienza e la sua relazio­ne con l’autorità docente della Chiesa ribadisce la sovranità, ma non l’autonomia, della co­scienza individuale. La coscien­za è portavoce non della perso­nalità o del carattere individuale ma di Dio.
Di IAN KER
( traduzione di Anna Maria Brogi) Avvenire
Pace a colui che ha scritto e a chi legge.
Pace a coloro che amano il Signore
in semplicità di cuore.

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